Le origini di Antioco

La tradizione ritiene che il martire Antioco sia vissuto sotto la dominazione dell’imperatore Adriano suo persecutore. Tralasciando l’agiografia cercheremo di ricostruire fatti storici attendibili. Innanzi tutto sorge una domanda: Adriano fu il vero persecutore di Antioco? La Passio sancti Antiochi martyris, è la più antica e importante fonte storica sul martire sulcitano. Il testo originale è purtroppo andato perduto; ci rimane una fedele ed integrale copia custodita nell’archivio del Capitolo della cattedrale di Iglesias, fatta eseguire nel 1621 dall’Arcivescovo di Cagliari Francesco Desquivel, scopritore delle reliquie del Santo. L’originale era scritto su pergamena con copertina in pelle scura. La sua compilazione si può senz’altro datare tra il 1089 e il 1119, periodo in cui i monaci benedettini di San Vittore di Marsiglia ebbero il possesso della chiesa del Santo. L’antico agiografo scrive che in Africa ed in particolare in Mauretania un medico, di religione cristiana, chiamato Antioco, non vuole ricavare dalla sua professione alcun lucro, ma soltanto il bene spirituale. Nella Passio leggiamo: “Riteniamo che a questa schiera di beati martiri appartenga il santissimo martire Antioco, la cui passione, che abbiamo appreso da una verace relazione presentiamo a tutti i fedeli di Cristo. Cosa intendeva il narratore riferendosi a una “verace narrazione”? Esisteva qualche antico documento ora perduto o si riferisce ad una tradizione orale che si è tramandata nei secoli fino alla compilazione della Passio? L’imperatore Adriano e il cristianesimo Publio Elio Adriano, fu un uomo di grande cultura, amante delle lettere e delle arti. Si intendeva di musica, di pittura, di scultura, di architettura, di filosofia, scriveva in prosa e in poesia, in greco e latino; era un grande estimatore della cultura Ellenica tanto che a Roma fu soprannominato “graeculus”. Governò dal 117 al 138; il suo impero fu lungo e caratterizzato da grandi riforme civili e militari. Sembra verosimile che un uomo di tale carisma divenne il persecutore di un innocuo medico che professava il cristianesimo in Mauretania? Per rispondere a questa domanda dobbiamo cercare di analizzare l’atteggiamento di Adriano verso i cristiani. La fonte letteraria fondamentale a questo scopo è il rescritto di Adriano a Minucio Fundano, proconsole d’Asia, intorno al 124 (Giustino, Apologia, LXVIII, 6-19). Poiché le popolazioni locali avevano richiesto l’intervento delle autorità romane contro i cristiani, il proconsole Silvano Graniano aveva chiesto il parere in merito dell’imperatore, come già aveva fatto Plinio con Traiano. Adriano inviò la propria risposta al successore di Graniano, Minucio Fundano, ed essa fu sostanzialmente conforme a quella di Traiano. Dal testo si evince che Adriano non voleva venissero promossi procedimenti d’ufficio, ma esigeva che nonostante ciò i cristiani dovevano essere puniti quando contro di loro venisse portata un’accusa fondata. In confronto alla posizione di Traiano, le istruzioni di Adriano costituivano un più energico richiamo al rispetto della legge, ed in tal senso costituivano una migliore tutela giuridica dei cristiani. Ancor più del suo predecessore, Adriano era preoccupato che i funzionari imperiali dessero prova di debolezza di fronte alle pressioni irresponsabili dei ceti popolari, ponendosi a rimorchio di essi con esecuzioni sommarie a seguito di pressioni o tumulti della plebe. Adriano non si limitava a raccomandare di non tener conto delle denunce anonime, ma indicava più precise cautele in difesa soprattutto degli innocenti che potevano facilmente venir coinvolti da accuse false e processi affrettati. Non era neppure sufficiente che vi fosse un’accusa regolare, basata su fatti concreti e non su semplici dicerie, ma questa doveva provare che l’accusato avesse realmente commesso un delitto: Si quis igitur accusat et probat, adversum legem, quidquid agere memoratos homines, pro merito peccatorum etiam supplicia statues. Si è letta in queste parole la revoca della decisione di Traiano, per la quale bastava il semplice nomen di cristiano per venir processato, e lo stabilirsi d’una nuova massima, secondo la quale i cristiani si sarebbero dovuti punire solo quando a loro carico fosse risultato qualche altro delitto, e quindi l’esser cristiani non avrebbe costituito ex se un crimine passibile di punizione. Altri autori tuttavia ritengono che Adriano facesse riferimento non solo a delitti comuni, ma anche alla lesa maestà ed al sacrilegio, accuse comunemente mosse ai cristiani, particolarmente gravi in età adrianea, nella quale l’imperatore, sulle orme di Augusto, tentava di rinvigorire i culti tradizionali di Roma ed il culto imperiale, nel quadro di una sovranità carismatica riprendente la tradizione religiosa e politica della Roma arcaica. TraianoMa anche nel secondo caso Adriano avrebbe corretto la giurisprudenza stabilitasi sotto Traiano, secondo la quale detti crimini potevano essere addebitati per presunzioni sulla sola base dell’appartenenza al cristianesimo, in omaggio al principio del crimen coherens nomini, ed abbia voluto esigere invece che venisse provato come ciascun accusato, anche se manifestamente cristiano, avesse realmente commesso i delitti usualmente associati al nomen christiani, ossia ateismo, empietà e lesa maestà. Siamo di fronte ad una posizione ben più favorevole agli accusati rispetto all’epoca di Traiano, poiché di fronte ad un’accusa di ateismo ed empietà, per la quale non esistessero prove concrete, il cristiano o presunto tale non poteva venir processato, e, negli altri casi, per liberarsi da un’accusa di tale genere, all’accusato sarebbe bastato rendere omaggio agli emblemi di Roma e dell’imperatore alla presenza di un magistrato per esser scagionato. Infine, Adriano stabiliva che gli accusatori, in caso di provata innocenza degli accusati, seguissero la sorte dei calunniatori; con ciò l’imperatore mise un rimedio alla piaga dei sicofanti e dei delatori di professione. Nelle sue “Memorie di Adriano” Marguerite Yourcenar a proposito del cristianesimo fa dire ad Adriano: “In quell’epoca, Quadrato, vescovo dei cristiani, m’inviò un’apologia della sua fede... avevo recentemente rammentato ai governatori delle province che la protezione delle leggi si estende a tutti i cittadini, e che i diffamatori di cristiani sarebbero stati puniti qualora li accusassero senza prove... Stento a credere che Quadrato sperasse di convertirmi al cristianesimo, comunque volle provarmi l’eccellenza della sua dottrina, e soprattutto quanto essa fosse innocua per lo Stato. Lessi la sua opera ed ebbi perfino la curiosità di far raccogliere da Flegone qualche informazione sulla vita del giovane profeta chiamato Gesù, il quale fondò quella setta e morì vittima dell’intolleranza ebraica circa 100 anni fa. Pare che quel giovane sapiente abbia lasciato precetti che arieggiano quelli di Orfeo, al quale i discepoli talvolta lo paragonano. Attraverso la prosa singolarmente piatta di Quadrato, non mancai tuttavia di gustare il fascino commovente di quelle virtù da gente semplice, la loro dolcezza, la loro ingenuità, il loro affetto reciproco; sembravano le confraternite di schiavi o di poveri che si fondono qua e là in onore dei nostri dèi, nei quartieri popolosi della città; ...queste piccole società di mutua assistenza offrono un appoggio ed un conforto a molti sventurati. Ma non ero insensibile ad alcuni pericoli: quella esaltazione di virtù da fanciulli o da schiavi avveniva a discapito di qualità più virili e più ferme; dietro quell’innocenza insipida e ristretta, indovinavo l’intransigenza feroce del settario verso forme di vita e di pensiero che non sono le sue, l’orgoglio insolente che gli fa preferire se stesso al resto degli uomini, la sua visuale deliberatamente limitata da paraocchi... Cabria, sempre ansioso... si sgomentava per le nostre vecchie religioni, che non impongono all’uomo il giogo di alcun dogma, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se lo vogliono, una morale più alta, senza costringere le masse a precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito costrizione e ipocrisia. ...Cabria si preoccupa di vedere un giorno il pastoforo di Mitra o il vescovo di Cristo prendere dimora a Roma e rimpiazzarvi il Pontefice Massimo. Se per disgrazia questo giorno venisse, il mio successore lungo i crinali vaticani avrà cessato d’essere il capo d’una cerchia d’affiliati o d’una banda di settari per divenire, a sua volta, una delle espressioni universali dell’autorità. Erediterà i nostri palazzi, i nostri archivi; differirà da noi meno di quel che si potrebbe credere. Accetto con calma le vicissitudini di “Roma eterna”. La profezia messa in bocca ad Adriano dalla Yourcenar si è avverata presso il colle Vaticano, dove continua, ancor oggi, ad avere sede il Pontefice Massimo. Il grande imperatore pagano, che aggredito da un uomo armato di spada non lo punì ma lo fece curare da un medico, scriveva di Alessandria: “Non vi è alcun prete cristiano che non sia al tempo stesso astrologo, mago e ciarlatano. Lo stesso patriarca, quando viene in Egitto, è spinto da un partito ad adorare Serapide, dall’altro Cristo. È una categoria di uomini ribelli, spregevoli, maligni. ...Il loro dio è l’oro, e i cristiani coi giudei e tutte le altre nazionalità vi si prosternano. Io ho fatto grandi concessioni a questa città, le ho ridato gli antichi privilegi ed anche nuovi, tanto che i cittadini sono venuti a ringraziarmi personalmente; e tuttavia, appena sono partito, hanno parlato in modo indegno di mio figlio Vero. ...S’ingrassino pure con i loro polli; io mi vergogno di parlare del modo come li covano” (Gregorovius, Vita di Adriano).