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L'isola di S. Antioco è l'ultimo luogo della Sardegna e del Mediterraneo che ci trasmette ancora questo dono marino. Essa ha mantenuto - col favore di fondali bassi e incontaminati e di una importante tradizione tessile - una produzione di rilievo fino a portare ai nostri giorni con tenacia, passione e sacrificio, delle realizzazioni che hanno perduto e superato la loro precedente funzionalità per connotarsi come dei veri e propri lavori artistici (arazzi anziché guanti o cuffie) marcando così l'unicità e la preziosità di un prodotto sempre più raro.
A S.Antioco la lavorazione del bisso è attecchita in epoche molto antiche da apporti mediorientali.
Ciò si può sostenere senza difficoltà, considerando la sua funzione di crocevia nelle rotte dei popoli del mare. L'apporto di conoscenza e di tecnica che questi contatti determinavano e lo sfruttamento dei due protagonisti marini : la Pinna e il Murice non possono che suffragare questa ipotesi.
Dopo i Fenici molto probabilmente furono gli ebrei a continuare la lavorazione dell'antico filato. E' attestata dalle scoperte archeologiche la presenza di una consistente comunità ebraica a S.Antioco già dal I sec. a.C.
E' certo che l'imperatore Tiberio Nerone nel 19 a.C. inviò un gran numero di ebrei per contrastare il brigantaggio sardo e sfruttarli per il lavoro nelle miniere metallifere, ma in realtà il vero fine dell'imperatore era di punirli per i disordini causati a Roma ed esiliarli in luoghi dove avrebbero con buone probabilità trovato la morte.
Ciò che si presuppone invece è che la comunità ebraica non soltanto abbia trovato un luogo dove proliferare tranquilla ma anche di prosperare. Ciò si può dedurre dalle catacombe ebraiche con tombe ad arcosolio rinvenute non distanti dalle catacombe cristiane sul pendio del colle della Basilica. Sul fondo dell'arcosolio di una nicchia appare, scritto in rosso, il nome della defunta : Beronice.
Con l'immaginazione questo nome ci fa pensare ad altre Berenice che, tra leggenda e storia, possono essere state protagoniste della tessitura del bisso.
Berenice,
sorella di Marco Giulio Agrippa, re vassallo della Palestina. La storia, riportata da Seneca e poi ripresa nei secoli da drammaturghi e poeti, ci dice che A quel tempo Sant'Antioco si chiamava SLK o Solki, con il toponimo arcaico, oppure Insula Plumbea, con la traduzione latina del precedente appellativo greco di Molibodes Nesos -denominazioni che ben definiscono l'interesse di sfruttamento delle risorse metallifere della zona per i conquistatori-.
l'imperatore Tito la conobbe durante il suo comando nella guerra Giudaica Tutto
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, se ne innamorò e la portò poi con sé a Roma. Ma lì la loro unione venne aspramente osteggiata, soprattutto dopo che divenne imperatore.
Così Berenice venne fatta ripartire.
Qui finisce la storia ma, facendoci guidare dalla fantasia, può esservi la lontana possibilità che la principessa non sia tornata alla sua patria ma si sia invece fermata nell'isola, ben considerando che avrebbe potuto avere un ruolo di rilievo nella cospicua comunità ebraica e che il porto non l'avrebbe tenuta distante da Roma. Così possiamo immaginarci come il suo atelier possa aver dato vigore alle lavorazioni tessili.
Rientrando nella realtà è certo che a quel tempo a Roma era di gran moda tra le matrone e le donne di rango il "vento tessuto", ma il bisso affascinava indubbiamente tutti se anche un oratore, narratore e filosofo come Apuleio nel suo libro delle Metamorfosi vede la Dea Osiride "con una tunica di bisso leggero e cangiante".
Ma torniamo alla nostra isola.
Per alterni periodi fu spopolata a causa della estrema insicurezza per le frequenti incursioni violente a scopo di razzie. Queste si verificavano puntualmente nei vuoti di potere -e perciò di controllo e difesa- determinati da un cambio di dominio, dopo i Romani, dopo i Vandali, dopo i Bizantini e così via. L'isola così perse per alcuni secoli l'importanza del suo centro urbano.
L'antica Solki che conobbero i Fenici e che per quei tempi fu una vera metropoli, finì per riconoscersi nel VII secolo solamente nella Basilica arroccata sul colle traforato di ipogei.
Fu forse proprio grazie all'autorità religiosa, espressa nella sua Basilica che, nonostante tutto, si poté mantenere quella tradizione di eccellente tessitura (il santuario di S.Antioco -è bene ricordare- aveva pertinenza su terre, selve, vigne, servi e ancelle -predestinate tessitrici-).
E poi il dedalo di ipogei punici, che sono stati sfruttati con funzione abitativa anche fino al pochi decenni fa, ben consentiva ad una piccola comunità di mantenere attività produttive essendo nascosta e potendo viceversa spiare ogni arrivo inopportuno dal mare.
Con il ripopolamento del periodo Sabaudo si riprende a lavorare la terra anche se con le armi vicine pronte all'occorrenza. Le temute, sanguinose, incursioni barbaresche cesseranno infatti solo dopo il 1815, dopo la pace firmata a seguito del bombardamento di Algeri da parte degli Inglesi.
Nel 1914 Vittorio Alinari, fotografo ed editore fiorentino, scrive nel rapporto del suo secondo viaggio in Sardegna che Sant'Antioco gli sembra un paese molto industrioso. Dice dei 200 telai che producono nel paese ogni tipo di tessuto, il più curioso dei quali è quello prodotto dai filamenti setosi della pinna nobilis. Ci parla del bel colore ramato del bisso con il quale si confezionarono sottovesti dal bellissimo effetto. Tra le suggestive fotografie scattate dai fratelli Alinari a S.Antioco vi sono anche quelle che ci mostrano delle ragazze intente alla filatura del bisso : una di esse ha il cestino con i bioccoli pronti e le altre hanno in mano un piccolo fuso e filano la bambagia. La famiglia Diana accompagna i fotografi in questa scoperta del mondo tessile di S.Antioco. Italo Diana, fotografato con mastruca mentre suona le launeddas, sarà uno degli ultimi maestri a tenere una scuola di bisso.
Molte famiglie sapevano filare e tessere la seta di mare ma si preferiva mandare le ragazze a scuola da un maestro quando si voleva far apprendere non solo la tecnica ma una particolare sensibilità artistica e una intelligente visione d'insieme nella realizzazione del prodotto finito.
Alla scuola di Italo Diana lavoravano 10 ragazze, tra loro Maria Maddalena Rosina Mereu. Quest'ultima, a cui la madrina di battesimo aveva dato il nome Leonilde al posto dei tre nomi d'anagrafe, sarà a tutti nota come Leonilde. Nota perché sarà poi lei a fare scuola e perché sarà lei la nonna e maestra di Chiara Vigo, colei che ci accompagna in questo meraviglioso viaggio.