Sant Antioco, tradizioni e percorsi della vite e del vino
Si è svolto giovedì sera nell’aula consiliare il convegno intitolato «La vite tra tradizioni locali e percorsi comuni nelle isole del Mediterraneo», organizzato dal Comune in collaborazione con l’Ancim e con la Portovesme srl. Tra i relatori interesse ha destato la relazione di Piero Bartoloni, ordinario di archeologia fenicio punica a Sassari, che ha parlato del commercio del vino nell’antichità.
Dagli studi è emerso che le anfore con il vino proveniente dall’antica Sulky sono state trovate in Etruria e nel Lazio a più riprese. L’enologa Rita Mulas ha parlato invece sulla certificazione delle vigne a piede franco e del loro prodotto. Ma la relazione più sorprendente è stata quella tenuta da Paolo Franco Balia, presidente del consorzio di tutela del Carignano del Sulcis, che ha compiuto una ricerca tra diversi archivi per risalire ai dati più antichi sulla coltivazione della vite nell’isola sulcitana: «I primi dati di epoca storica sono forse quelli presenti nella donazione che i giudici di Cagliari fanno ai monaci Vittorini di Marsiglia sul finire dell’XI secolo, che poi restaurano la chiesa e piantano anche le vigne. Di vigne e vigneti però non si sente parlare quasi più nei documenti successivi fino al XIX secolo. Dopo la ripopolazione del paese, nella seconda metà del XVIII secolo, pian piano si piantano le vigne e questa attività arriva a diventare fondamentale per le due comunità dell’isola, Calasetta e Sant’Antioco, e porta, agli inizi del 1900 alla costituzione di due cantine sociali». È proprio per favorire il commercio del vino che la comunità chiede di realizzare un porto adeguato che consenta alle navi di essere raggiunte comodamente senza dover sostare nella rada del porto di Palmas, mentre Calasetta non aveva problemi. Alla metà del’900 la produzione di vino arriverà a superare i venti milioni di litri e poi, per diverse scelte sciagurate, come quella di produrre vino in quantità industriale, questa risorsa economica viene abbandonata. Forse in questa storia assume importanza anche la creazione del polo industriale di Portovesme, che rende più allettante il lavoro in fabbrica rispetto a quello dei campi. Ultimo intervento, quello di Dino Dini, enologo della cantina Sardus Pater: ha mostrato l’incidenza dei terreni sabbiosi sulle qualità organolettiche delle uve dell’isola. La loro vicinanza al mare, l’esposizione al sole e la scarsa piovosità dell’isola hanno favorito un connubio tra la vite a piede franco ed i terreni che vanno da spiaggia grande fino al centro città.
Carlo Floris
La Nuova Sardegna


