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PDF  Stampa  E-mail  Mercoledì 11 Febbraio 2009 16:48

PIERO BARTOLONI

FIALA IN FAIENCEL’antica storia della Sardegna, e quindi anche quella della città di Sulky, è strettamente legata ai vecchi racconti e alle antiche leggende, come del resto lo è quella di tutte le altre regioni del mondo e soprattutto dell’antico Mediterraneo. Purtroppo, per quanto riguarda in modo specifico l’isola, le opere degli antichi scrittori greci e latini risultano particolarmente povere di notizie e queste ultime nella maggior parte dei casi sono legate sovente ad avvenimenti mitici, nei quali il sostrato fenicio è appena percepibile o, addirittura, assente, e quindi sono da considerare per lo più fantasiose e quanto meno imprecise.

Ciò perché con ogni probabilità gran parte del mondo greco non aveva una diretta conoscenza della Sardegna e quindi vedeva l’isola come una lontana terra misteriosa e felice, mentre, il mondo romano, acerrimo nemico di Cartagine, aveva una visione distorta dalla propaganda politica. Altrettanto misere e generiche sono le fonti dirette, derivanti dalla tradizione fenicia e punica, poiché rare sono le iscrizioni rimaste e le poche sopravvissute sono prevalentemente di argomento religioso o votivo. Si consideri ad esempio che le scarse iscrizioni con più parole di senso compiuto rinvenute fino ad oggi a Sulky riguardano la dedica di un tempio da parte di un privato cittadino ad una divinità femminile o la dedica di una coppa da parte di alcuni magistrati ad un’altra divinità maschile. Pertanto, la ricostruzione dell’antica storia dell’isola risulta particolarmente difficoltosa e ancor più lo è quella dell’agglomerato urbano di Sulky.

 

 

 

 
PDF  Stampa  E-mail  Mercoledì 11 Febbraio 2009 17:21

FRANCESCA CENERINI

MOSAICO CON SCENA DIONISIACALa conquista romana della Sardegna risale a partire dal III secolo a.C., più esattamente al 237/8 a.C. Fin dai primi anni dell’occupazione l’isola era oggetto di fenomeni di immigrazione da parte dei mercatores italici che sfruttavano le risorse sarde. Al contempo, aprivano le porte a fecondi processi di integrazione e romanizzazione, e monumentalizzazione urbana, almeno per quanto riguarda le città della costa, sedi dei porti vitali per la commercializzazione di tali risorse. Un esempio della ricchezza legata al commercio dei minerali può essere visto proprio per la città punica di Sulky, la Sulci romana, da sempre porto di smercio del piombo argentifero delle miniere della regione del Sulcis-Iglesiente. CUPOLA DELLA BASILICA decorato a squame, che denota una stretta dipendenza dal motivo ornamentale più diffuso a Roma e in marmi di desunzione romana, rimandando allo stesso tempo al sarcofago sulcitano di Orfeo liricino (di cui restano frammenti nella locale collezione Biggio) 69 e dunque a una sostanziale continuità nel flusso di importazione di manufatti marmorei da officine ostiensi e romane a Sulci, tra la fine del III e la metà del VI secolo.

All’arredo litugico della seconda metà del X secolo va invece restituito un ciborio con iscrizioni latine, cui appartenevano frammenti di archetti e probabilmente anche capitelli con croce. Ai primi decenni dell’XI secolo sono ascrivibili i marmi provenienti dallo smembramento di un recinto presbiteriale, comprendente plutei con figure animali, raccordati mediante pilastrini. Altri elementi, diversi per caratteri tipologici (dimensioni, sagome, distribuzione degli ornati) non si prestano a esser restituiti nell’arredo liturgico dell’aula, bensì come parti della decorazione architettonica della chiesa: formelle e fregi di varia, imprecisabile destinazione Sulci è ricordata dall’anonimo autore del Bellum Africanum per avere rifornito di uomini e vettovagliamenti i Pompeiani; per questo motivo, Cesare, dopo avere sconfitto i seguaci di Pompeo a Thapsus, nel 46 sbarcò a Karales, impose ai Sulcitani una forte multa, il cui ammontare era di 10 milioni di sesterzi, secondo una recente interpretazione, oltre ad elevare ad un ottava parte la decima dei prodotti del suolo.

 
PDF  Stampa  E-mail  Mercoledì 11 Febbraio 2009 18:53

MARCO MASSA

PIANO DELL’ABITATO DI SANT’ANTIOCO DISEGNATOL’Isola di Sulcis, ora detta di S. Antioco, che a mezzogiorno e libeccio è alla Sardegna unita per mezzo di alcuni tratti di terra in più luoghi continuati da ponti di pietra che sotto di tre di loro archi lasciano il varco ai soli battelli e piccoli bastimenti in quel mare assai basso nulla ritiene della antica Sua Popolazione e grandezza se non alcuni, qua e là sparsi avanzi di Fabriche o Fondamenti di ben grosse e ritagliate pietre... Cominciava così la Relazione dello Stato dell’Isola di S. Antioco e de Contorni della Città di Iglesias83 redatta da Francesco Cordara penultimo Conte di Calamandrana ed Intendente Generale di Sardegna. Era sbarcato i primi giorni del mese di dicembre 1754 accompagnato dal Sig. Maggiore di Cagliari Bessone, intelligente d’architettura militare e civile, di un Regio Misuratore e di altri... Suo compito, misurare e verificare lo stato dei terreni dell’isola, quelli da destinare a pascolo (di pecore, vacche e capre), le varie colture da potersi impiantare (grano, vigne, olivo, orto e giardino, bosco).

Il progetto del governo piemontese: individuare i siti in cui potesse sussistere una nuova Popolazione costituita da una colonia di greco-corsi che avendo il capitano Costantino astutamente procurato di far passare dal Golfo di san Pietro (dove secondo l’ordine avuto era trasportato) a quello di Palmas nelle vicinanze di S. Antioco il Capitano Inglese Ferguson colla sua nave, che unitamente ad altro bastimento toscano, ha condotto da Ajaccio in numero di 198 i greci che sono poi discesi a Portoscuso, dove per ora rimangono provvisti di alloggio e di vitto e facendo il medesimo Costantino vivissime istanze, anche con espressioni di volersene altrimenti tornarsene indietro, perché si lasciassero discendere detti greci nelle abitazioni suddette.